In questa sezione, riporto periodicamente articoli e consigli di lettura che, a mio parere, possono risultare utili.
Quando è il momento di chiedere aiuto?
Segnali che indicano il bisogno di un supporto psicologico
A volte la vita ci mette alla prova con momenti difficili, cambiamenti improvvisi o emozioni che
sembrano troppo intense da gestire da soli. Chiedere un supporto psicologico non è un segno di
debolezza, ma un atto di cura verso se stessi.
Ma come capire quando è il momento di rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta?
Ecco alcuni segnali comuni che possono indicare il bisogno di un aiuto professionale:
1. Ti senti sopraffatto da ansia o tristezza
Se ti senti spesso in ansia, agitato, triste o svuotato senza un motivo chiaro, e queste sensazioni
persistono nel tempo, potrebbe essere il momento di confrontarti con qualcuno. Quando le
emozioni diventano troppo forti o costanti, possono interferire con la qualità della vita.
2. Hai difficoltà a dormire o a mangiare
Disturbi del sonno (insonnia, risvegli frequenti, eccessiva sonnolenza) o alterazioni dell’appetito
(mangiare troppo o troppo poco) possono essere sintomi di stress, ansia o depressione.
3. Ti senti bloccato o senza energia
Una costante mancanza di motivazione, energia o interesse verso attività che prima ti piacevano è
un campanello d’allarme da non ignorare. A volte ci si sente “spenti”, come se nulla avesse più
senso.
4. Hai pensieri negativi ricorrenti
Pensieri intrusivi, autosvalutazione (“non valgo niente”, “non ce la farò mai”), senso di colpa
eccessivo o pensieri autolesivi sono segnali importanti. Se ti capita spesso di avere questo tipo di
pensieri, è fondamentale parlarne con un professionista.
5. Hai difficoltà nelle relazioni
Conflitti frequenti, isolamento, difficoltà a comunicare o a fidarti degli altri possono essere
segnali di un disagio interiore che si riflette anche nelle relazioni personali o professionali.
6. Stai vivendo un momento di transizione o perdita
Eventi come una separazione, un lutto, un cambiamento lavorativo o una malattia possono
generare stress emotivo. Anche se sono esperienze “normali” nella vita, affrontarle con il supporto
giusto può fare una grande differenza.
7. Ti senti “disconnesso” da te stesso
Hai la sensazione di non riconoscerti più? Ti sembra di recitare una parte o di non capire cosa
vuoi davvero? La psicoterapia può aiutarti a ritrovare contatto con le tue emozioni, i tuoi bisogni e
i tuoi valori.
Non è necessario “stare male” per chiedere aiuto
Molte persone credono di dover toccare il fondo prima di rivolgersi a uno psicologo. In realtà, il
momento giusto per chiedere aiuto è quando senti che da solo non basta più.
La psicoterapia non è solo uno spazio per affrontare il dolore, ma anche per conoscersi meglio,
sviluppare risorse interiori e migliorare la qualità della propria vita.
Se ti riconosci in questi segnali, sappi che non sei solo.
Intraprendere un percorso psicologico è un atto di coraggio e rispetto verso te stesso.
📩 Se vuoi approfondire o fissare un primo colloquio, puoi contattarmi in modo riservato e
senza impegno.
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“Parla, mia paura” di Simona Vinci Un viaggio letterario nell’ansia, tra fragilità e rinascita
Con Parla, mia paura, Simona Vinci ci accompagna in un racconto autobiografico potente e
profondamente umano, che esplora senza filtri l’esperienza del crollo psichico e del successivo
processo di guarigione. Non si tratta solo di una narrazione personale: è anche un libro che apre
uno spazio di riflessione universale sul disagio mentale, offrendo al lettore uno specchio in cui
riconoscersi, e — forse — da cui partire per chiedere aiuto.
Attraverso una scrittura densa e onesta, Vinci racconta il proprio incontro con l’ansia e la
depressione, il senso di smarrimento, le paure ingovernabili e la fatica quotidiana del convivere
con un dolore invisibile. Ma soprattutto, racconta il percorso — mai lineare — verso la
comprensione di sé, reso possibile anche grazie all’incontro con la psicoterapia e con uno sguardo
umano capace di ascoltare e accogliere senza giudizio.
Il libro è un esempio raro di come si possa parlare di sofferenza psichica in modo diretto ma non
sensazionalistico, restituendo complessità a una condizione spesso banalizzata o stigmatizzata.
Per chi lavora nel campo della salute mentale, Parla, mia paura può essere anche uno strumento
utile per comprendere meglio la prospettiva del paziente, i suoi vissuti più intimi, le sue resistenze
e i suoi bisogni.
Simona Vinci non cerca risposte facili né soluzioni immediate. La sua forza sta proprio nel dare
voce a ciò che, spesso, resta inascoltato: la paura stessa. E lo fa con la consapevolezza che, per
guarire, è necessario prima di tutto nominare il dolore — parlarne, appunto.
Un libro che consigliamo sia a chi ha vissuto o sta vivendo un periodo di sofferenza psicologica,
sia a chi desidera comprendere più a fondo l’esperienza della fragilità mentale. Perché, come ci
ricorda l’autrice, non c’è vera forza senza il coraggio di guardare in faccia la propria vulnerabilità.
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Come affrontare l’ansia nella vita quotidiana
Piccoli passi per tornare a sentirsi presenti
L’ansia è un’emozione universale: tutti, prima o poi, la sperimentiamo. In realtà, è una risorsa che ci aiuta a stare allerta, prepararci a una sfida, affrontare un cambiamento.
Diventa però difficile da gestire quando invade la quotidianità, condiziona le nostre scelte, limita la nostra libertà o ci fa sentire inadeguati.
Come possiamo affrontarla, giorno dopo giorno, senza giudicarci o forzarci?
In questo articolo troverai spunti concreti e una chiave di lettura più gentile e consapevole.
1. Riconosci e normalizza l’ansia
Spesso il primo impulso è quello di voler “combattere” o “eliminare” l’ansia. Ma questo rischia di amplificarla. Prova invece a riconoscerla come parte della tua esperienza, senza giudicarla. 👉 "In questo momento sto provando ansia. Va bene così. Posso stare con questa sensazione per
un momento." La consapevolezza è il primo passo per ridurre il potere dell’ansia su di te.
2. Respira e torna al corpo
Quando siamo in ansia, spesso ci disconnettiamo dal corpo e ci perdiamo nei pensieri. Fermati un attimo.
Metti una mano sul petto o sull’addome e fai 3 respiri profondi, cercando di allungare l’espirazione.
Questo piccolo gesto ti aiuta a:
- tornare nel presente
- calmare il sistema nervoso
- sentirti più radicato
Non serve molto tempo. Bastano pochi secondi di presenza per creare uno spazio interno più stabile.
3. Osserva i pensieri, senza identificarli
L’ansia è spesso alimentata da pensieri ricorrenti: “E se va tutto storto?”, “Non ce la farò mai”, “Devo avere tutto sotto controllo”.
Prova a osservarli come se fossero nuvole nel cielo, che passano. Non sei i tuoi pensieri. 👉 Un esercizio utile può essere:
“Sto pensando che potrei fallire... ma è solo un pensiero, non un fatto.”
Questo tipo di distanziamento ti permette di riprendere il tuo spazio personale, senza lasciarti travolgere.
4. Dai voce a ciò che senti
A volte, dietro l’ansia ci sono emozioni più profonde: paura, tristezza, frustrazione, senso di inadeguatezza.
Esprimere ciò che provi – con una persona fidata, scrivendo, o in un contesto terapeutico – può aiutarti a dare un significato più chiaro alla tua ansia.
Nell’approccio rogersiano, la relazione empatica e non giudicante è lo spazio dove l’ansia può essere accolta, compresa, trasformata.
5. Lascia andare il bisogno di controllo
L’ansia cresce quando sentiamo di dover prevedere tutto, gestire tutto, “funzionare” sempre al meglio. Ma la vita non è controllabile, e non dobbiamo esserlo nemmeno noi.
Prova a farti una domanda semplice:
👉 “Cosa posso fare adesso, con ciò che ho?”
Accettare i propri limiti non è rassegnazione, ma una forma di autenticità e fiducia.
6. Coltiva momenti di presenza
Ogni giorno possiamo fare piccoli gesti che ci riportano nel “qui e ora”:
camminare lentamente, osservando l’ambiente
- ascoltare musica con attenzione
- fare una doccia con consapevolezza
- prendersi una pausa senza sentirsi in colpa
L’ansia vive nel futuro. Tu puoi scegliere di tornare al presente.
Quando chiedere un supporto psicologico?
Se l’ansia ti accompagna da molto tempo, limita la tua vita quotidiana o ti fa sentire disconnesso da te stesso, non sei solo.
La psicoterapia può offrirti uno spazio accogliente in cui:
- sentirti ascoltato senza giudizio
- esplorare le origini più profonde dell’ansia
- riscoprire le tue risorse interiori
Non c’è un momento “giusto” per chiedere aiuto. C’è solo il tuo momento.
Un passo alla volta, con gentilezza.
Affrontare l’ansia non significa eliminarla, ma imparare a starci insieme, ascoltandola con rispetto. È proprio da questo ascolto che può nascere un modo nuovo di abitare te stesso e la tua
vita.
📩 Se senti che potresti aver bisogno di un supporto psicologico, puoi contattarmi liberamente per un primo colloquio, anche solo informativo.
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Yayoi Kusama
Ogni mattina, da quasi 50 anni, una delle artiste più amate del mondo attraversa la stessa strada di Tokyo: quella tra la clinica psichiatrica dove abita e lo studio dove dipinge. Nessuno ce l'ha mai chiusa dentro. Ha bussato lei.
Si chiama Yayoi Kusama. È nata nel 1929 a Matsumoto, tra le montagne del Giappone, e aveva circa dieci anni quando il mondo, davanti ai suoi occhi, cominciò a coprirsi di pois e di reti che nessun altro vedeva. Fece l'unica cosa che le riusciva: disegnarli. Mettere su carta ciò che la spaventava era il suo modo di non esserne travolta.
Sua madre quei disegni glieli strappava. Le toglieva carta e colori: la voleva moglie ubbidiente, non pittrice. Così Kusama imparò prestissimo la regola non scritta che conosce chiunque abbia una testa che ogni tanto fa paura: il peso non è soltanto quello che ti succede dentro... è doverlo nascondere.
A 28 anni partì per l'America. A New York divenne una protagonista dell'avanguardia: dipingeva tele enormi coperte di minuscoli archi ripetuti all'infinito, le chiamava "reti dell'infinito". Ci restò 15 anni. Ma la fama non cura niente. Nel 1973 tornò in Giappone, sfinita.
E nel 1977 fece il gesto che quasi nessuno, ancora oggi, ha il coraggio di fare alla luce del sole. Entrò in una clinica psichiatrica di Tokyo e chiese di restarci. Volontariamente. Non un'emergenza, non una porta chiusa da altri: una scelta, fatta da lei, per sé. Poi comprò uno studio dall'altra parte della strada.
Da allora vive così. La notte nella clinica, dove qualcuno veglia sulla sua parte più fragile. Il giorno nello studio, dove lavora la sua parte più libera. In mezzo, una strada di città, attraversata migliaia di volte, in un verso e nell'altro.
I pois che da bambina la terrorizzavano oggi sono la sua firma. Le sue zucche a puntini e le sue stanze di specchi fanno il giro del pianeta, le sue mostre sono tra le più visitate al mondo, e a Tokyo dal 2017 c'è un museo che porta il suo nome. Lei, a 97 anni, attraversa ancora quella strada e dipinge ancora. Ha spiegato una volta che creare è l'unico modo che ha trovato per tenere a bada il dolore e la paura.
Ed ecco la cosa che spiazza. In quasi un secolo di vita, Kusama non ha mai "sconfitto" niente. Ha fatto una cosa diversa, e forse più grande. Ha smesso di trattare la propria testa come un nemico da nascondere e le ha dato una casa. Un indirizzo. Un posto dove la sua fragilità non è un segreto: è una vicina di strada.
Noi facciamo quasi sempre il contrario. I giorni in cui la nostra testa non ci sembra un posto sicuro li chiamiamo stress, stanchezza, "un periodo così". Se si rompe un ginocchio lo raccontiamo a tutti, con i dettagli; se si rompe il sonno, se i pensieri corrono e fanno rumore, diciamo "tutto bene" con la voce più ferma che abbiamo. C'è chi va a parlare con qualcuno una volta a settimana e in agenda lo scrive con un nome finto. Non per debolezza: perché ci hanno insegnato che il corpo può rompersi con dignità... e la testa no.
La storia di questa donna dice il contrario. La tua fragilità non ti squalifica. Non è una guerra da vincere per forza: si può viverle accanto, darle un posto, un'ora, una persona a cui dirla. E vale anche se da quella stanza non uscirà mai un quadro, un libro, niente da appendere. Kusama dai suoi pois ha fatto uscire bellezza per mezzo secolo, ma il suo capolavoro non è nei musei: è quella strada attraversata ogni mattina, a testa alta, senza nascondersi da nessuno.
Il posto in cui qualcuno si vergogna di entrare una volta a settimana, una delle artiste più amate del mondo lo abita da quasi 50 anni. E chiedere aiuto, visto da lì, cambia forma: non è arrendersi... è solo attraversare una strada.
14/08/2026
Buon viaggio Yayoi ❤️
